Istruzione e Università

Sul territorio di Urbino sono presenti diverse strutture scolastiche che coprono l’intero percorso formativo dei ragazzi, dalla Scuola per l’infanzia alle Superiori. Un universo variegato, contrassegnato da situazioni e bisogni sicuramente diversi, per il quale è possibile, tuttavia, individuare alcuni punti focali di pertinenza delle politiche comunali che permetterebbero di migliorare la qualità della vita scolastica (centrale per ogni comunità che voglia ancora progettare un futuro) e, contemporaneamente, di fornire anche opportunità lavorative di cui potrebbe beneficiare la città.

Le direzioni su cui lavorare sono due : una specificamente tecnica, l’ altra più afferente alle dinamiche educative.

Prioritario e non più rinviabile è l’intervento sull’ edilizia scolastica, il cui stato di degrado stride con la tanto conclamata “educazione alla sicurezza” ormai obbligatoria per il personale scolastico, volto a ripristinare l’ agibilità effettiva di aule in cui spesso piove, o a risanare locali bisognosi da anni di nuova tinteggiatura o cortili invasi dalle erbacce.

I docenti, in particolar modo quelli delle Scuole dell’ infanzia, lamentano, poi, il drastico taglio delle risorse destinate all’acquisto di materiale di base, come matite colorate, attrezzature per le attività motorie ecc.

Accogliere i ragazzi in luoghi puliti, sicuri e funzionali risponde ad un requisito elementare di civiltà, non esaurisce, tuttavia, la problematica scolastica, perché ne costituisce solo una doverosa base materiale.  Non rientra certamente nei compiti di un’ amministrazione comunale la definizione di  un’offerta formativa e culturale che è di pertinenza dei singoli Istituti. Tuttavia,  le istituzioni pubbliche possono offrire un valido supporto, laddove si facciano carico di alcune criticità che la scuola, da sola, non può affrontare e risolvere.

Di fronte a classi sempre più numerose e alla presenza di ragazzi con gravi difficoltà di vario tipo, cognitive, linguistiche, relazionali, si rivela indispensabile il potenziamento degli educatori per coprire per tutta la durata dell’orario scolastico i ragazzi con disabilità che spesso sono seguiti dall’ insegnante di Sostegno solo in certe materie e in certe fasce orarie.

Non solo: le situazioni crescenti di disagio scolastico, il cui retroterra  è spesso di origine socio-economica, potrebbero essere affrontate attraverso l’ istituzione di dopo-scuola, naturalmente facoltativi, in cui gli educatori potrebbero sia aiutare i ragazzi nello svolgimento dei compiti, sia organizzare attività di laboratorio di diverso tipo che potrebbero anche dare vita ad  un “prodotto” da portare poi fuori, nelle piazze della città, con mostre, spettacoli, concerti ecc.  

A proposito di educatori, si dovrebbero  rivedere le modalità di reclutamento e “inquadramento” contrattuale che passano attraverso le cooperative al fine di ottenere una trasparenza più adeguata nella selezione ed assunzione del personale e quindi un servizio più efficiente.

Occorre potenziare i corsi di alfabetizzazione per gli stranieri, sia nelle ore scolastiche attraverso l’istituzione di percorsi specifici per i ragazzi da affidare a personale competente, giovani laureati disoccupati, educatori, sia in orario extra-scolastico,  per coinvolgere le famiglie degli studenti. Se l’ immigrazione pone oggettivi problemi  non sempre facili da governare, deve essere chiaro che il più potente fattore di integrazione è la scuola e che, quindi, investire in un progetto di questo tipo non riguarda solo gli stranieri, ma tutta la società.

Una delle conseguenze della crisi  economica  è il ritorno a  forme di esclusione dalla scolarizzazione che sembrano riportarci ad un passato in cui il censo era la condizione necessaria per accedere all’istruzione: diverse famiglie, straniere, ma anche italiane, non riescono a comperare tutti il libri di testo per i loro figli: occorre, pertanto, rivedere i parametri economici che danno diritto ad avere i libri gratuitamente.

° Università

A partire dagli anni Sessanta, la vita di Urbino è legata a quella della sua università da un rapporto strutturale indissolubile. Proprio nel rapporto con l’università è collocato il nucleo dell’identità contemporanea della città. Ma proprio da questo rapporto emergono anche i suoi principali problemi.

La scelta strategica che ha legato il destino della città a quello dell’ateneo, compiuta con il Piano regolatore di De Carlo e Sichirollo, è stata la mossa che ha assicurato la salvezza e poi lo sviluppo di Urbino per almeno tre decenni. Ma l’Università, nella visione originaria del Piano, pur costituendo il centro della vita urbana, avrebbe dovuto essere l’elemento catalizzatore di una pluralità di funzioni capaci di sostenere un funzionamento normale della città. Contrariamente alle previsioni, invece, la sua crescita ha contribuito a determinare una molteplicità di difficoltà. 

La prima è lo spopolamento del centro storico, che ha frantumato la popolazione disperdendola nelle frazioni e nelle zone di nuovo insediamento e che, con il susseguirsi delle generazioni, ha rischiato di spezzare lo stesso legame sociale tra i cittadini.

La seconda è lo scarso sviluppo e l’insufficiente differenziazione delle attività economiche, soffocate dalla monocoltura universitaria e più in generale da un peso preponderante del settore pubblico (all’Università vanno affiancati l’Ospedale e il Comune).

La terza è costituita dal rapporto tra cittadini che risiedono in centro e popolazione studentesca. Un rapporto che si è fatto sempre più difficile, sino alle tensioni e agli incidenti degli ultimi anni.

La crescita continua dell’università ha nascosto per lungo tempo, e compensato, questi problemi. Nell’ultimo decennio, tuttavia, l’ateneo urbinate ha incontrato difficoltà crescenti, che non vanno sottaciute.

Il regime di autonomia introdotto negli anni Novanta per tutte le università italiane aveva azzerato il vantaggio competitivo della Libera Università di Urbino. Rimaneva a quel punto – in condizioni di competizione crescente con gli altri Atenei, che andavano moltiplicandosi anche nelle province e nelle regioni circostanti – solo l’onere di un finanziamento pubblico pari a un terzo di quello delle università di pari grandezza.

Dopo l’avvenuta statalizzazione, sopraggiunta appena un attimo prima della bancarotta, oberata da un ingente debito accumulato negli anni, l’università di Urbino ha dovuto affrontare i nuovi scenari definiti dalle successive riforme in condizioni di svantaggio. Con un rapporto tra spesa per il personale e entrate nettamente superiore al 100%, ha dovuto concentrarsi esclusivamente sul risanamento dei conti e non potendo più svilupparsi ha visto progressivamente impoverirsi la propria offerta formativa.

Toccato il picco dei 24.000 studenti all’inizio degli anni duemila, l’ateneo di Urbino si è così pian piano assestato sui 14 mila studenti. Si tratta di un numero che la città può più facilmente assorbire e gestire. E però non possiamo nascondere che per l’economia urbana queste cifre portino con sé il segno di un declino: la crisi dell’università ha messo sotto gli occhi di tutti quanto distorto fosse stato lo sviluppo della città e lo ha fatto in una fase nella quale la crisi economica generale del paese si andava manifestando in tutta la sua gravità.

E’ dubbio che, alla luce delle ultime riforme e soprattutto di una progressiva riduzione del Fondo di finanziamento ordinario, l’università di Urbino possa sopravvivere o quantomeno confermare i buoni risultati raggiunti sia per la didattica che per la ricerca. Già l’ultima valutazione della qualità della ricerca ha mostrato non poche difficoltà.

Nel momento in cui la situazione oggettiva e la scarsità di risorse pone il problema di una collaborazione tra enti formativi compatibili, si pone il problema se subire passivamente un progressivo depauperamento dell’ateneo oppure se governare sin d’ora un processo di federazione e divisione del lavoro con gli altri atenei della regione, per farne un’occasione di rilancio come hanno posto in essere le università di  Macerata e di Camerino. 

Non spetta alle forze politiche determinare le linee guida di sviluppo dell’università. Riteniamo necessario tuttavia istituire un tavolo di confronto permanente, tramite il quale affrontare alcuni problemi cruciali:

– Una maggiore collaborazione può essere occasione per l’individuazione di settori di espansione economica innovativi e per la realizzazione di progetti di formazione continua e di riqualificazione dei lavoratori.

– Lo slogan della Città Campus ha in realtà coperto una distorsione della vita urbana. Fallita questa retorica, come dimostra la guerra latente tra cittadini e studenti, si tratta di determinare assieme alla direzione dell’Università cosa il Comune può fare per rafforzare la capacità attrattiva dell’ateneo in termini di accoglienza, servizi, e qualità della vita.

– La questione del giovedì non può essere risolta con strumenti repressivi. O meglio: non è solo un problema di ordine pubblico e non si può generalizzare accusando gli studenti interi come categoria. Piuttosto occorre isolare i pochi vandali e i maleducati che costituiscono una minoranza.

Non si può esser d’accordo con chi propone di creare una struttura fuori del centro storico, una sorta di serraglio e di sfogatoio dove confinare gli studenti. Il problema va affrontato in modo diverso, per esempio organizzando il giovedì sera molteplici attività culturali e/o ludiche distribuite in punti diversi del centro storico, come è avvenuto nel felice esperimento della prima notte bianca.

Va certamente posto sotto controllo il consumo eccessivo di bevande alcoliche, ma con strumenti di dissuasione pedagogica, come limitare la loro vendita fino e non oltre la mezzanotte. Tutto questo renderebbe più agevole e produttivo il controllo e la prevenzione  di fatti spiacevoli che compromettono il decoro della città  e creano tensione tra gli studenti e i cittadini del centro storico.