Cultura

La presenza di Sgarbi nella giunta Gambini come assessore alla cultura, alla rivoluzione e all’agricoltura, si è rivelato un boomerang. Non si è visto nulla dell’ immaginato “valore aggiunto” che avrebbe procurato alla città. Si è notata invece la sua assenza e il suo disinteresse e nulla di quanto promesso è stato realizzato, anzi non sono state posti all’ordine del giorno o abbandonati alcuni progetti, come le “Terre di Piero”, la partecipazione al bando per la “capitale italiana della cultura”, e il “distretto culturale evoluto” che avrebbero avuto  delle ricadute molto positive sull’immagine della città e la sua asfittica economia.

Un vuoto riempito da una raffica  di  mostre spesso così eccentriche da rendere incomprensibile ogni possibile riferimento alla cifra identitaria della città ed al messaggio suggestivo che è capace di trasmettere.

Dopo i “rinascimenti” federiciano e roveresco, nel Settecento è stata con gli Albani un laboratorio di singolari innesti urbanistici, di un’importante riqualificazione del  patrimonio edilizio e del decoro monumentale. Un progetto che si protrasse per tutto il secolo e coinvolse l’intero territorio dell’ex ducato. L’Ottocento, poi, ha visto un rinnovamento importante nel misurato neoclassico del Ghinelli, preso a modello per tutto il secolo, che non contrasta con le forme della grande fabbrica rinascimentale. E nel Novecento c’è il marchio impresso nel settore dell’arte incisoria e dell’illustrazione del libro.

Difficile, quindi, senza questi riferimenti, che le mostre potessero essere un potente simbolo del vissuto storico-culturale urbinate, denso di grandezza e dignità, capace di attirare i visitatori più esigenti.

Concepita quale risorsa per lo sviluppo, la cultura è, per la città, di rilevanza strategica.  Infatti una parte del suo sistema socio-economico è legato a quello culturale: Soprintendenza e patrimonio storico-artistico, Università, Accademia di Belle Arti, istituzioni scolastiche, associazioni culturali, ecc.

Allora pensare ad un programma per la cultura, oggi, significa ragionare su un programma eterogeneo ed articolato che investe i vari aspetti della qualità della vita della città e del territorio e riflettere su un elemento vivo e dinamico che acquista un alto significato politico, sociale ed economico. Un progetto culturale per Urbino, quindi, deve tener conto sia del patrimonio storico, architettonico e ambientale, di cui è erede e custode, sia di ciò che è stato prodotto in periodi più recenti.

Negli ultimi decenni sono avanzate in primo piano figure di assessori e sindaci che hanno confuso la programmazione della cultura con proposte legate ai loro particolari interessi e quasi ad una loro “poetica”. All’incontrario, siamo convinti che il primo compito di un amministratore pubblico dovrebbe essere quello di offrire un pieno  respiro alle attività culturali  già presenti sul territorio: coinvolgendo in primo luogo associazioni, enti, gruppi di lavoro, il mondo dell’università e della scuola.

         Ma la nostra città ha anche bisogno di un avvenimento importante sul piano culturale ed artistico, che attiri l’attenzione della stampa nazionale e dei media televisivi richiamando al contempo un pubblico di specialisti e appassionati. Un evento culturale ed artistico mirato e anche innovativo che, con una scansione annuale e una ulteriore articolazione mensile, sia poi in grado di configurare professionalità e nuovi posti di lavoro. 

La prima cosa che viene in mente è una grande Esposizione d’arte, o una Fiera e mercato dell’incisione e delle arti plastiche contemporanee; ma si potrebbe optare per un festival musicale o teatrale; oppure per un evento culturale che leghi ad esempio moda ed arte ecc. Anche di questo serve discutere con i cittadini, ma l’esigenza di una manifestazione all’altezza di quelle che si svolgono in altri centri della provincia rimane imprescindibile.

Merita attenzione il progetto di Distretto culturale evoluto che questa Amministrazione, ma anche quella precedente, non hanno saputo valorizzare, non ultima tra le motivazioni che hanno determinato l’esclusione di Urbino da città europea della cultura per il 2019. Una bocciatura inevitabile se fra i progetti portati alla valutazione della Commissione c’erano anche ecomostri architettonici ed infrastrutturali come l’ex Consorzio e S.Lucia.

Sono prevalse la superficialità e l’improvvisazione, l’inadeguatezza alla dimensione europea del progetto culturale e l’adozione del tutto mancata di un approccio “dal basso verso l’alto” per stimolare la partecipazione dei cittadini e della società civile. Il motore del dossier urbinate, inoltre, è stato di fatto costruito e gestito per intero dalla Regione Marche invece di radicarsi nello sviluppo del Distretto culturale evoluto e nel Piano strategico comunale.

Se ben si comprende l’impulso dell’Unesco, il tema del distretto culturale evoluto da solo è in grado di contenere tutti gli altri compreso quello del lavoro. Richiede appunto un processo di evoluzione verso livelli di eccellenza in ogni ambito, ma con la partecipazione consapevole di ogni cittadino, per costruire una nuova cultura della comunità in ogni ambito della vita sociale e persino privata.

Non si è attribuita alla cultura la funzione di volano per incentivare l’industria creativa e lo sviluppo di imprese ad alta tecnologia e il turismo, più che acceleratore e collante di processi innovativi  è stato esaltato come unica soluzione per tutti i problemi.   

Riteniamo, quindi,  che non vada abbandonato il progetto di Distretto culturale evoluto e che si debba lavorare al progetto annuale di capitale italiana della cultura, se l’attuale  governo provvederà a finanziarlo.  

Si porrà in generale una maggiore attenzione per le attività delle associazioni culturali cittadine aumentando i contributi per le loro attività, con particolare riferimento alle due realtà più prestigiose come la Cappella musicale e l’ Accademia Raffaello. Ma fare cultura è anche promuovere l’integrazione culturale. Urbino non è in genere una città ospitale nei riguardi dei suoi ospiti, sia comunitari che extracomunitari. E’ necessario oltre che sensato e civile modificare questo atteggiamento offrendo spazi e ascolto alla cultura degli altri in un rapporto armonioso con le nostre culture locali

°Biblioteca comunale

Esiste in Urbino l’esigenza di istituire una Biblioteca Comunale che dovrebbe avere le caratteristiche di un centro polivalente per molteplici attività culturali. e di socializzazione e aggregazione generazionale e stimolo allo sviluppo dello spirito civico. E’ necessario, però, dotare il progetto degli indispensabili studi preparatori, capacità del committente di esprimere le esigenze reali del territorio, analisi quantitativa e qualitativa del bacino di utenza per individuarne i bisogni, indagini di mercato. Un progetto, insomma, che individui la tipologia bibliotecaria a misura dei bisogni della nostra città  indicandone le concrete fasi di localizzazione e di realizzazione.

Per quanto riguarda la tipologia si ritiene che l’opzione debba essere ancorata alla sua fattibilità in tempi relativamente brevi. Sembra ancora valida, quindi, la tipologia della biblioteca di servizio, quella per tutti, sul modello anglosassone e scandinavo delle public libreries  spuntate un po’ ovunque in Italia negli anni Settanta  per iniziativa delle amministrazioni locali. Altre opzioni sono improponibili nella nostra realtà per gli alti costi di realizzo e di gestione e il sovradimensionamento delle finalità e degli obiettivi.

Certo la Biblioteca Comunale dovrà tenere conto di tutto questo, ma soprattutto ancorarsi alla realtà urbinate. Una realtà dove hanno sede numerose facoltà e istituti universitari che dispongono di una biblioteca centrale  e di due altre importanti a Giurisprudenza e al Polo scientifico dell’ex Sogesta e di proprie biblioteche, tutte in gran parte informatizzate e collegate al SBN e la sistema bibliotecario provinciale. E tuttavia i nostri cittadini del centro storico e delle frazioni hanno diritto ad una biblioteca.     

Per chi istituire, dunque, una Biblioteca Comunale a Urbino e per quale tipologia di utenti? Questo é il problema. Ha senso pensare a una biblioteca pubblica ubicata nel centro storico con  così pochi residenti, molti dei quali anziani, senza più bambini e fittamente, invece, popolato dagli studenti?  In queste condizioni e in questo contesto, come può una biblioteca stimolare l’incontro tra le diverse anime della città? Tutto questo è francamente poco realistico.

Occorre prendere atto che l’idea di una Biblioteca Comunale a Urbino non regge, non ha futuro, se non come biblioteca che offra un servizio diverso e alternativo a quello rappresentato dalle biblioteche dell’Università. Una “biblioteca di servizio, appunto, con materiale librario, sonoro e visivo (cinema, teatro, musica ecc.), con sezioni per studenti delle scuole e per adulti, dotata di emeroteca dove sia fruibile la consultazione di quotidiani e periodici correnti on line.

La Biblioteca Comunale dovrebbe poter ospitare una “sezione specialistica” costituita dalla acquisizione in copia del patrimonio librario del Duca Federico e di Ottaviano degli Ubaldini, ora alla Vaticana. Ad essa andrebbe accorpato, segnale di un luogo identitario cittadino, l’Archivio storico del Comune attualmente smembrato tra la Biblioteca Centrale dell’Università  e gli angusti locali sottostanti la Scuola Media “Volponi”, in attesa della realizzazione del Polo archivistico territoriale  a palazzo Gherardi il cui restauro, però, non dispone di un adeguato finanziamento ed è fermo da anni.

Una soluzione, quella che si propone, in linea con i suggerimenti dello stesso Manifesto dell’Unesco che fissa i principi delle biblioteche pubbliche  invitando ad adeguarle ai mutamenti della società e ai particolari contesti, suggerendo un mix di materiali e di nuovi media. Una biblioteca il cui primo nucleo non richiederebbe una spesa eccessiva e che andrebbe dotata, inizialmente, di opere di carattere generale e di consultazione e in seguito arricchita di specifico patrimonio librario di più vasta e diffusa richiesta: dalla letteratura alla divulgazione scientifica, dalla storia alle scienze umane e sociali ecc.   

La Biblioteca Comunale potrà e dovrà costituire un’occasione di lavoro per imprese di giovani a cui darla in gestione come è avvenuto a Genova per la “Berio” o come il  più vicino  Centro culturale polivalente di Cattolica dotato di biblioteca e mediateca.

Quanto all’ubicazione è preferibile un’area-cerniera tra il centro storico e l’immediata periferia dotata di parcheggi  e di strutture adeguate di ricezione e accoglienza.